Boldrini e la tavola apparecchiata

donna pubblicitàDi post sul ruolo della donna nei media e in pubblicità ne abbiamo fino a sopra la punta delle ciglia, sono d’accordo con voi. Quindi, perdonatemi se spendo ancora qualche parola sul trittico Boldrini-pubblicità-donna.

A differenza degli episodi passati, infatti, questa volta qualcuno ha alzato la voce. E se questo qualcuno è il Presidente della Camera dei Deputati, forse una riflessione ulteriore la si può pure fare.

La pubblicità è lo strumento che più riflette gli umori e gli odori del contesto sociale e politico in cui si colloca.  Ogni singola parola, ogni sillaba che compone il pentagramma lessicale di quei 30 secondi milionari, è il microritratto del suo target. Del suo mondo. Cioè, Noi.

O meglio, quel noi che tutto vuole classificare e sintetizzare. Quel noi che è un numero, una statistica, un click, uno share e poi un consumatore.
Quel noi che è lo standard di un orizzonte culturale che non vuole diventare adulto, che rimane intrappolato nello stereotipo della reiterazione sempre uguale, un loop che a forza di fare il giro su se stesso lascia solchi profondi, indelebili.

La donna che serve a tavola nelle pubblicità – diciamolo – è una porcheria. E’ una porcheria come la provocazione sessuale, l’ammicco, il sottinteso. Perché continua a incastrare tutti, e non solo la donna, dentro una società vecchia, che non ci somiglia più. Che è lontana dall’ ideale della donna angelo del focolare, che fa trovare la cena pronta al marito affaticato che torna dal lavoro. E’ lontana non solo perché è ingiusta. Ma perché le famiglie monoreddito, oggi, non ce la fanno a campare. E perché la donna, oltre a essere mamma-donna-seduttrice-compagna-amica-confidente, è soprattutto una lavoratrice. Magari precaria. Che si trova addosso il peso di un ruolo che – oltre a non volere – non può più ricoprire. E gli uomini – meglio tardi che mai, direi- hanno imparato a stirare, cucinare, lavare i vetri.

Le pubblicità della Barilla e di tutti gli altri brand che raffigurano la donna dentro un quadro sbiadito anni ’50 questo lo sanno bene. Lo sanno perché studiano e perché non sono stupidi. Anzi, è proprio perché sono consapevoli che questo ideale costituisce, appunto, un orizzonte e una destinazione utopica che lo usano.

L’intento del messaggio pubblicitario che usa questa forma di stereotipo è quello di penetrare nel desiderio codificato, nel substrato culturale – non del nostro quotidiano – ma del nostro immaginario. Di quello che vorremmo essere. E in tempo di crisi, forse,  c’è una parte di noi che vorrebbe tornare a rifugiarsi in quello che è rassicurante. La famiglia di una volta, la donna di un tempo che serve a tavola. E tutto il resto.

Alcune analisi interessanti sull’argomento:

Le Donne che Verranno: Intorno al Discorso di Laura Boldrini di Lorella Zanardo

Il reato di leso minestrone di Daria Bignardi

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