Cronache di ordinario razzismo

Questa storia si svolge in un negozio della catena OBI in una tranquilla cittadina del Nord Est, uno di quei posti in cui non accade mai nulla. In cui può capitare di imbattersi nella “banalità del male” senza neanche accorgersene, quella stessa banalità che rende il razzismo una cosa ordinaria, alla quale ci si abitua. Che si subisce e che penetra nel vivere quotidiano, senza che nessuno faccia una piega.

Ecco il racconto di Margherita, che ha reagito a una storia di ordinario razzismo. 

Un sabato mattina che proprio il weekend inizia male. Già la camminata lunghissima per arrivare al centro commerciale – mi serve un cavo per il modem ché il mio è troppo corto. Finalmente, in via del Brennero, trovo un negozio della catena Obi e, soddisfatta, entro a cercare l’agognato cavo. Subito dopo l’ingresso però, una tranquilla scena di razzismo quotidiano mi costringe a cambiare piani.
Una commessa, separata dal suo bersaglio umano da uno scaffale, sta urlando, con tono aggressivo, il suo disprezzo per il cliente che, con la sua famiglia, le si trova davanti. “Straniero di merda! Straniero di merda! Straniero di merda!”. La commessa lo ripete, senza vergogna né pudore, fino a che il suo bersaglio, dopo aver gridato a sua volta qualche insulto improvvisato, si allontana con la famiglia (moglie, e due bambini che non hanno nemmeno dieci anni. Ah, la bimba è disabile).
Non ci vedo più. Il mio stomaco si è rigirato e domando spiegazioni alla commessa, chiedendole come si permetta di usare insulti razzisti. Non mi interessa se il cliente è maleducato, gli dica stronzo, ma non si permetta di essere razzista, le dico. La commessa fa finta di nulla: sono in due, a dire la verità, e giocano a rimpallarsi la responsabilità, complici: ma non l’ho mica detto io, ma lei non mi ha vista mentre lo dicevo, non sono stata io. Io sono sempre più furibonda, ora sto sbraitando forte. Un altro commesso si avvicina: devo aver attirato l’attenzione urlando vicino alle casse del negozio. Mi chiede cosa c’è che non va, e io gli spiego l’accaduto. Per fortuna capisce di cosa parlo: viene dal sud e si è trasferito a Trento per lavoro. Mi dice che siamo tutti stranieri, e chiama immediatamente il Vice-direttore.
Il signore insultato intanto viene da me, mi ringrazia, mi dice di non preoccuparmi ché tanto lui ci è abituato, gli capita un sacco di volte a scuola con i bambini: senza il mio intervento, mi dice, non avrebbe neanche dato peso alla cosa, anche per non turbare i bimbi – tanto succede così spesso. Però, ci tiene a dirmi che lui è cittadino italiano, vive qua da tanti anni, lavora e parla italiano perfettamente. Arriva il vicedirettore, chiede spiegazioni. La vittima degli insulti gli racconta l’accaduto – mentre la commessa razzista si difende: lui era stato maleducato e le aveva risposto male. Io assicuro al vicedirettore che non metterò mai più piede in un loro negozio, che dovrebbero vergognarsi e che sono io imbarazzata per loro, tanto è disgustoso l’accaduto.
Finito, usciamo. Il signore mi stringe la mano, mi ringrazia e mi dice: meno male che ci sono ancora le persone come lei. Il bimbo (8 anni forse), appena la mia mano è libera, la stringe forte e mi ringrazia pure lui, sorridente. E’ un bimbo sveglio. Io mi scuso con loro per quanto è successo, e anche per averli costretti a denunciare l’episodio, con il mio intervento. So che avrebbero preferito dimenticarselo, senza essere costretti di nuovo a stare al centro della scena, perché so che non è stata la prima volta.
Il cavo l’ho comprato in un’altra catena, e il mio stomaco è ancora girato. Ma la stretta di mano del bimbo, quella sì, vale la pena.

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