La Innocenti di Lambrate: il fantasma di un’industria che non c’è più

Una giornata di ottobre inoltrato. Non fa ancora freddo, anche se il cielo è grigio e non lascia intravedere nulla se non le nubi dense. Supero un cancello arrugginito e divelto, e rimango a guardare la facciata enorme di quel fantasma con le vetrate rotte avvolte dai rovi.

Le fessure dei vetri lasciano intravedere l’interno dello stabilimento. Sembra di sentire ancora il rumore metallico delle presse che sbattono sugli stampi di piombo. E l’odore delle lamiere appena verniciate che riflettono la luce del sole mentre penetra dalle finestre sul soffitto.

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E’ dal 1997 che la Innocenti, storico marchio automobilistico italiano, non produce più. E’ rimasta lì, un colosso imponente e immobile, immersa nella periferia industriale milanese. Una periferia orizzontale, che apre lo sguardo, che sembra non finire mai. Dove gli occhi si perdono, insieme ai pensieri.

Nata negli anni ’30, la fabbrica di Lambrate ha conosciuto una crescita importante durante il boom economico, producendo auto e motorini che sono rimasti nella storia dei moods all’italiana. Vetture e design che hanno contribuito a segnare la direzione culturale di un paese che cercava di tirare fuori la testa dalla guerra. Vetture che sono diventate icone di un’epoca: la Lambretta che, insieme alla Vespa, motorizzò l’Italia del Dopoguerra, la Mini Bertone e gli altri modelli che hanno colorato le strade delle città degli anni ’60 e ’70 e che rimangono ferme nella nostra immaginazione.

Una fabbrica che ha visto storie di immigrazione, di fatica, di opportunità incrociarsi dentro lo sfuggire dei corridoi, dentro lo srotolamento delle linee di montaggio. Tutte dritte, tutte uguali. Chiudendo gli occhi sembra ancora di sentire quel brulicare disordinato di voci che si mescolano ai suoni innaturali del rullo trasportatore, dei bulloni che stanno per essere avvitati, delle porte che brillano di vernice fresca.

Lo stabilimento di Lambrate, dentro il suo bianco e nero originale, è uno specchio del reale. Fotografarlo aiuta a capire le istantanee di una storia che non c’è più. Mettendo a fuoco i dubbi e le domande sul presente.

Il documentario sulla lotta della INNSE di Silvia Tagliabue

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