L’Infotainment e la bufala del bambino che attraversa il deserto

Prendi un’immagine che in un secondo sia capace di raccontare una storia, un contesto geografico e sociale in grado di naturalizzarla, un sovraccarico di attenzione mediatica disordinata e distratta, la volontà che la storia sia (o diventi) reale e il gioco è fatto. Milioni di click, prime pagine sui quotidiani, centinaia di migliaia di condivisioni. Si chiama infotainment, o anche malattia infantile del giornalismo e, soprattutto, della rete.

Cosa c’è di meglio di un bambino, appesantito da un grosso sacco, un orizzonte frastagliato interrotto dalla divisa azzurro limpido dei cooperanti UNHCR? La foto del bambino che ha fatto il giro della rete è semanticamente perfetta, a maggior ragione se si considera che è stata scattata in Siria, un paese che in questi ultimi mesi sta riempiendo le colonne dei rotocalchi internazionali e il battito scomposto delle tastiere di tutto il mondo.

Di raccontare storie, come quella del bambino che attraversa il deserto per sfuggire alla disperazione e ritrovare la sua famiglia, ce n’è bisogno. Eccome. Ne ha bisogno la rete, ne hanno bisogno i giornali. Ne hanno bisogno i nostri occhi. Perché la volontà di rintracciare segnali di umanità dentro il nulla che resta nella devastazione di una guerra è un bisogno troppo forte per chiunque. Quasi esistenziale.
Detto questo, l’esigenza di raccontare pezzi di umanità laddove tutto brucia non è sufficiente a scagionare chi ha volutamente stravolto un’informazione, pur di guadagnarsi l’olimpo della viralità con milioni di click e condivisioni.

La foto e il tweet originali sono di Andrew Harper, (@ And_Harper) un cooperante in Giordania, che scrive:

L’autore ha ribadito qualche ora dopo che il bimbo, che si scopre chiamarsi Marwan, era solo “momentaneamente” lontano dalla sua famiglia

Solo in pochi hanno recepito il messaggio però. Fino a ieri, molti dei quotidiani nazionali mainstream hanno pubblicato la foto in prima pagina. La tentazione all’Infotainment, soprattutto in un momento in cui la stampa sta cercando una nuova strada per sopravvivere, è vivida tanto quanto quella di inventare le storie.

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