Google, dimenticami. Per sempre.

Riflessioni su diritto all’oblio, privacy e democrazia.

D’ora in poi chiunque avrà diritto di essere dimenticato su internet. Tradotto: ciascun utente potrà ottenere la cancellazione di dati nelle ricerche su Google, che ha iniziato ieri a rimuovere i link di coloro che lo hanno richiesto.

A seguito della causa intentata e vinta da Mario Costeja González contro un quotidiano diffusissimo in Spagna, La Vanguardia Ediciones SL, Google Es e Google Inc., la Corte europea ha stabilito che i cittadini Ue possono chiedere ai motori di ricerca l’eliminazione di link a contenuti che li riguardato, giudicati non adatti, irrilevanti o non più pertinenti.

Via ogni link che faccia riferimento a sentenze, articoli di giornale, pagine e documenti di vario tipo che possano riguardare in modo negativola propria persona. Nel caso in cui l’utente lo richieda. (Ecco come richiedere a Google di dimenticarsi di noi).
Il cuore della sentenza emessa dai giudici europei è che “il gestore di un motore di ricerca è responsabile del trattamento dei dati personali pubblicati sul web da terzi“.

Il diritto all’oblio è un principio destinato a entrare con prepotenza nella storia del world wide web: è la prima volta, infatti, in cui a Big G venga attribuita la responsabilità diretta di “cosa” faccia trovare ai suoi utenti nelle loro ricerche.

Questa sentenza segna un passo avanti nella tutela della privacy e più complessivamente dei diritti degli utenti, consumatori e al tempo stesso oggetto del consumo. Nessuno potrà accedere al contenuto di un articolo di giornale che parla di una sentenza ormai chiusa e che potrebbe ledere la propria immagine pubblica o privata, di un fatto o misfatto accaduto in passato, dei risultati di un concorso pubblico non superato, di una petizione firmata e nella quale non ci si riconosce più. E così via.

C’è però un problema evidente. Che emerge con forza soprattutto se si considera il modo in cui ciascuno di noi si informa e il principio del fact-checking, alla base dell’informazione, che internet ha contribuito a rendere più fluido e verificabile.

Il superamento della memoria storica su Internet pone, infatti, un problema che ha a che fare con la democrazia e il potere. Che ne sarà dell’informazione “pura”, o quasi, se tutto potrà essere oggetto di cancellazioni? Che ne sarà della possibilità di  fare ricerche che portino a risultati vicini alla realtà (sempre senza cadere nell’ingenuità che i risultati non siano già in qualche modo deviati, ricomposti, rettificati)? 

Stefano Rodotà ha assicurato che i politici non potranno avvalersi di questa possibilità. Ma anche qui il dibattito è aperto: di quali politici stiamo parlando? Solo degli eletti in parlamento?
Il rischio di una memoria a breve termine in rete, se da un lato tutela i cittadini, dall’altro può proteggere gli “stakeholders” delle democrazie, ovvero tutti coloro che operano intorno e dentro la politica. Per esempio: un reato andato in prescrizione, che per la giustizia è risolto, non dovrebbe continuare ad esistere nel dibattito pubblico e in rete, a maggior ragione se riguarda chi vorrebbe governarci?

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